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Molte persone mi chiedono spesso perché un ragazzo di 25 anni come me sia attaccato in maniera così maniacale alla cultura sociale, cinematografica e musicale degli anni ‘70; in genere rispondo sempre con la classica affermazione: “bei tempi passati!”, elogiando la bellezza, la spensieratezza e la gioia di quei mitici anni dove tutto era possibile e fattibile.

Poi una lampadina mi si è accesa e scavando a fondo nell’ argomento mi sono reso conto che gli anni ‘70 sono definiti, soprattutto per gli Stati Uniti e l’Italia, come anni difficili, ricchi di violenza, guerre e problematiche sociali non indifferenti. Paradossalmente però, in ambito artistico, cinematografico e soprattutto musicale, questi anni hanno rappresentato una vera e propria rivoluzione che ha fatto emergere utopistico fosse ciò che si era predicato fino alla fine del decennio precedente. Soprattutto l’Inghilterra ha sfornato, insieme alla Germania ed all’Italia, la maggior parte di gruppi musicali che diffidavano dal flower power e dal movimento hippie degli anni Sessanta.

Tra gli altri, i Black Sabbath sono uno dei tanti gruppi che con testi, suoni cupi, tanta bravura e molto carisma hanno “svegliato” il mondo dei giovani che fino a quel momento si trovava in una finta stasi di pace e armonia. Con il loro secondo album Paranoid, i Sabbath riescono a centrare temi cruciali quali la guerra, la psicosi umana, i problemi della tossicodipendenza ma soprattutto la finta società moralista e corrotta.

Album Impressionante a livello di suoni, date le doti dei quattro componenti del gruppo che ricordiamo ancora oggi come i padri fondatori di vari sottogeneri del rock e promotori dell’heavy metal; ricordiamo Ozzy Osbourne alla voce, Tony Iommi alla chitarra, Geezer Butler al basso e Bill Ward alla batteria.

Ma passiamo ai pezzi, e cominciamo in maniera raccapricciante con una War Pigs dura, aggressiva e carica di accuse nei confronti della guerra (in particolare quella del Vietnam dove non solo militari ma molti civili persero la vita). Riff crudi, bassi prorompenti e voce affilata tagliano il silenzio che si era creato in Europa nei confronti delle situazioni belliche.

Continua il vortice musicale che ci porta alla title track Paranoid dove la critica va alla sociopatia, la solitudine e l’esclusione del singolo dalla società perbenista, infatti l’uomo che nel testo chiede aiuto si vedrà abbandonato a se stesso come un rifiuto, un oggetto, una nullità. Paradossalmente questa canzone doveva servire da “tappabuchi” per l’album, dato che venne incisa per ultima ma si rivelò da subito una super hit.

Si ritorna a una situazione più tranquilla, quasi mistica con Planet Caravan terzo brano dell’album in cui il testo narra di una notte stellata, della natura, quasi un sogno. Eccezionale l’effetto della voce di Ozzy creata con l’altoparlante rotante Leslie. Consiglio di ascoltarla al buio in una calda notte d’estate.

Ed è la volta di Iron Man, brano incredibilmente grezzo, anomalo, quasi futuristico per l’epoca. Il testo fantascientifico narra di un umanoide che viaggia nel passato per avvertire la gente di un futuro incerto, pieno di carestie e violenza. Un pezzo che sollecita i fan dei Sabbath non solo alla lettura assidua di romanzi horror e fantascientifici ma soprattutto ne apre la mente preparando i giovani a riflettere sulla preoccupante situazione sociale e globale. Tra i più popolari dei Sabbath, Iron Man, è ancora oggi oggetto di cover e fonte di ispirazione per i nuovi gruppi.

Electric funeral è quello che definisco un “presagio”, una sorta di profezia. Guerre atomiche, distruzione e degrado nel mondo. Paradossalmente una canzone scritta nel 1970 rispecchia la situazione attuale: l’inquinamento globale, le radiazioni, i malati terminali.

Con Hand of doom il tema è la droga che strazia un tossicodipendente portandolo alla morte per overdose. Questi sono gli anni dell’eroina, stupefacente comunissimo, facile da reperire ed utilizzare. Forti e crudi i testi ma soprattutto gli arrangiamenti hanno un grande impatto sull’ascoltatore…alzate al massimo il volume!

Rat salad e’ una jam che fa sciogliere il batterista Bill Ward sulle percussioni. Acida, elettrica e maestosa allo stesso tempo è un intermezzo per l’ascoltatore che impatta con la crudezza dei temi fino a qui trattati.

L’album si chiude con Fairies wear boots; secondo il chitarrista Iommi le “fate con gli stivali” sono una visione di Osbourne e Butler causata dalla mariujana. Iommi però afferma pure che in quel periodo le “fate” erano gli skinheads che indossavano stivali e anfibi e pare che la canzone sia stata ispirata da uno scontro che i Sabbath ebbero con gli esponenti di questo movimento giovanile.

Concludo affermando come Paranoid non sia un semplice album ma una sorta di farmaco, una pillola che va assunta senza zucchero, amara com’è. Una pietra miliare musicale con una spiccata vocazione sociale.

FRANCESCO “JACK” LANDI 

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